Ieri sono inaspettatamente riuscito a vedere "Notorious", il film basato sulla vita del noto rapper di Brooklyn, morto nel '97 all'età di 24 anni. Prima di parlare di questo film però, una nota positiva: avevo sentito che, in virtù di un contratto stipulato con i distributori del film, la proiezione del film sarebbe stata preceduta dal video del singolo dei Club Dogo, "Sgrilla". Bene, così non è avvenuto. Ora passiamo al film. Che è bello, eh. Ci si aspettava una merda, si era detto che era una merda, ma non è una merda. E smettete di fare i cazzo di passatisti nostalgici, che ne voi ne io c'eravamo ai tempi di Notorious. Che nel post verrà indicato con i seguenti nomi: Big, Biggie Smalls (anche solo Biggie), Big Poppa, B.I.G., Business Instead of Game. No, giusto per dovere di cronaca. Dicevamo, il film. Il film è bello perchè ci prova, ad essere un film veritiero (almeno all'inizio). Solo che non ci riesce, un po' per l'effettiva mancanza di notizie sulla vita di Biggie, che prima di essere un rapper, voglio dire, era uno spacciatore di crack, mica teneva i libri contabili. Un po' non ci riesce per l'ingombrante Puff Daddy alla produzione del film. Ora, per chi non sapesse effettivamente un cazzo di Notorious B.I.G., Sean Combs detto Puff Daddy è stato il produttore che ha lanciato Biggie, facendogli ottenere il contratto con la Uptown Records per poi annoverarlo tra le stelle della sua Bad-Boy Records. Comunque sia, Puff Daddy è stato uno dei maggiori promotori del progetto di realizzare un film sullo scomparso rapper newyorkese, e la sua impronta è palese. In pratica, lui ne esce come un mormone. Ora, io non pretendo che Puff Daddy sia un completo figlio di puttana eccetera, in effetti non ho nemmeno i mezzi per dire che lo fosse, figurarsi pretendere che venga così raffigurato in un film di cui è produttore. Però, voglio dire, era sempre un gangster. Un gangster in un mondo di gangster, ma un gangster. Invece no, lui è Don Puffy, che elargisce prediche a destra e a manca, è sempre il primo a voler fermare gli altri quando le cose diventano pericolose perchè oh, non è perchè siamo negri di Brooklyn che non dobbiamo usare il cervello. Credete a me, la cosa fa parecchio ridere. Altra cosa non gestita benissimo (ce lo si poteva tranquillamente aspettare) è il rapporto con Tupac. L'attore che lo interpreta m'è piaciuto, è perfino somigliante (nei limiti del possibile), ma 2Pac ne esce troppo come una macchietta, come un esaltato. Per lo meno, una scena come quella della sparatoria a Pac in quel di New York meritava più cura, anche per l'importanza che ha rivestito nella faida tra East e West Coast. Un altro personaggio trattato di merda è stato Lil' Kim, che per quanto sarà stata anche una scoppiata, qui c'è solo quando lui è preso male, così la tratta da puttana (litteraly). Invece la madre di Notorious, anch'essa collaboratrice stretta di Puffy nel progetto del film, ha un ruolo di prim'ordine e un po' scassa il cazzo, ma convince. Per il resto, anche sulla scelta delle canzoni ci sarebbe un po' da dire, ma alla fine era comunque molto gradevole. Per farla breve, hanno scelto due o tre singoli e poi tutti pezzi più underground.
Insomma, diciamocelo, era un film difficilissimo da fare, per tutte le menate che comportava. Il prodotto che ne viene fuori è assolutamente godibile, un film guardabile anche chi della storia non sa davvero niente, che regala perle di negritudine nei freestyle per la strada o nello studio e che innegabilmente diverte. Poco altro. L'insegnamento lo conoscete, il cielo è il limite...
giovedì 13 agosto 2009
Sky is the limit
mercoledì 17 giugno 2009
Please, go to Santa, go to Santa, go go go / Celebrate the irony / This is no Bridget Jones
Torno a questo blog dopo diversi mesi in cui ero forse un po' a corto di idee, oppure semplicemente di voglia. E infatti ora a spingermi a scrivere è la voglia di scrivere, ma non la voglia di scrivere di qualcosa in particolare. Questo qualcosa, per una volta, sarà un semplice pretesto. Si, ora comincio.
Voglio parlare del finora unico disco degli Wombats, "A Guide to Love, Loss & Desperation", una delle sorprese più gradite del 2007. Questo terzetto, per due parti inglese e per una norvegese, riesce magnificamente ad amalgamare quanto di meglio fatto dalla scena indie d'Oltremanica, senza però cadere in banali scopiazzature mirate ad un facile successo. Intendiamoci, gli Wombats il loro successo l'hanno avuto, eccome! Ma questo non significa che questi tre giovini usciti dall'accademia di sua maestà Paul McCartney siano esattamente gli ultimi arrivati. No no, neanche un po'. Ci Regalano un interessante sguardo sul revival della new wave che in questi anni sta attraversando la scena indie. Ma soprattutto riescono ad uscire con un prodotto così coinvolgente, ballabile e semplicemente pop, che ci risulta impossibile non adorarli. Non capita di rado, anche a distanza di mesi dall'ultimo ascolto, di canticchiare una delle canzoni contenute in quest'album. Semplicemente perchè i singoli funzionano, e le canzoni che non lo sono diventate, avrebbero tranquillamente potuto. Ma ritengo banale accusare gli Wombats di faciloneria, dato che questo disco, per quanto sicuramente non molto profondo o riflessivo, è fresco, suona nuovo nonostante tutti i suoi palesi richiami ad un passato molto recente. Insomma un album che divide (lo ha già fatto), che va apprezzato a parere mio per la semplicità, la musicalità così marcatamente "english" e, come già detto, la facile ballabilità. Menzione particolare la merita necessariamente il singolo che forse più di altri ha spopolato, ovvero "Let's Dance to Joy Division", ma senza dimenticare altre canzoni di sicuro impatto come "Party In a Forest", "Kill The Director" o "Backfire At The Disco". Ecco, se vado avanti finisce che elenco tutto il disco.
Voglio parlare del finora unico disco degli Wombats, "A Guide to Love, Loss & Desperation", una delle sorprese più gradite del 2007. Questo terzetto, per due parti inglese e per una norvegese, riesce magnificamente ad amalgamare quanto di meglio fatto dalla scena indie d'Oltremanica, senza però cadere in banali scopiazzature mirate ad un facile successo. Intendiamoci, gli Wombats il loro successo l'hanno avuto, eccome! Ma questo non significa che questi tre giovini usciti dall'accademia di sua maestà Paul McCartney siano esattamente gli ultimi arrivati. No no, neanche un po'. Ci Regalano un interessante sguardo sul revival della new wave che in questi anni sta attraversando la scena indie. Ma soprattutto riescono ad uscire con un prodotto così coinvolgente, ballabile e semplicemente pop, che ci risulta impossibile non adorarli. Non capita di rado, anche a distanza di mesi dall'ultimo ascolto, di canticchiare una delle canzoni contenute in quest'album. Semplicemente perchè i singoli funzionano, e le canzoni che non lo sono diventate, avrebbero tranquillamente potuto. Ma ritengo banale accusare gli Wombats di faciloneria, dato che questo disco, per quanto sicuramente non molto profondo o riflessivo, è fresco, suona nuovo nonostante tutti i suoi palesi richiami ad un passato molto recente. Insomma un album che divide (lo ha già fatto), che va apprezzato a parere mio per la semplicità, la musicalità così marcatamente "english" e, come già detto, la facile ballabilità. Menzione particolare la merita necessariamente il singolo che forse più di altri ha spopolato, ovvero "Let's Dance to Joy Division", ma senza dimenticare altre canzoni di sicuro impatto come "Party In a Forest", "Kill The Director" o "Backfire At The Disco". Ecco, se vado avanti finisce che elenco tutto il disco.
domenica 1 febbraio 2009
Don't that picture look dusty?
Scrivo a caldo questo post sull'Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, perchè ne sento un estremo bisogno. Un po' per il semplice fatto che, lasciando passare troppo tempo fra la visione e il post, mi si annebbia la mente e dimentico molti spunti magari interessanti. Un po' perchè sento il bisogno di comunicare al mondo quanto cazzo è bello questo film. Perchè non credo di commettere un'esagerazione a definirlo un capolavoro. Un capolavoro sia da un lato psicologico, per la resa incredibile di un personaggio spinoso come Jesse James e per l'attenta analisi del suo rapporto con quello che sarebbe poi diventato il suo assassino, Robert Ford. Ma capolavoro anche per il semplice impatto visivo che questo film esercita sulle nostre pupille. Perchè con Jesse James il western ritorna in qualche modo alle origini, recuperando l'amore per lo spettacolo che le sconfinate praterie americane sanno regalare. Ma una operazione del genere non sa neanche un po' di retrò. Anzi riscrive completamente il genere, imparando dagli Spietati e impostando un nuovo modello, difficilmente replicabile anche per la difficoltà e il coraggio necessario ad intraprendere un simile progetto. Ma la fotografia non la fa da padrona, come potreste pensare. È solo il superbo fondale di questo dramma che si consuma tra il bandito più famoso e inafferrabile che la storia ci abbia consegnato, e il suo assassino, rispettivamente interpretati da un Brad Pitt e un Casey Affleck da urlo. Questo Jesse James è consapevole dello status di leggenda che ormai aleggia intorno alla sua figura, se ne compiace ma non si crogiola, temendo sempre il voltafaccia di qualcuno, attirato dalle taglie sempre più alte messe sopra la sua testa. E in questo rapporto di continua sfiducia tra lui e Ford, che idolatra James dall'età di dodic'anni, arriva il momento in cui vanno riposte le diffidenze. Proprio quel momento sarà fatale al bandito.
Le scene da ricordare sarebbero molteplici, per esempio potrei citare quando James si lava nella tinozza e si accorge che dietro c'è Ford, e dopo uno scambio di battute gli dice: "Vuoi essere come me, o vuoi essere me?". Eppoi, il quarto d'ora finale è roba che racconteremo ai nipoti. Hai detto poco.
Le scene da ricordare sarebbero molteplici, per esempio potrei citare quando James si lava nella tinozza e si accorge che dietro c'è Ford, e dopo uno scambio di battute gli dice: "Vuoi essere come me, o vuoi essere me?". Eppoi, il quarto d'ora finale è roba che racconteremo ai nipoti. Hai detto poco.
mercoledì 7 gennaio 2009
It started with a chair. It ended with a chair
Questo post parla di un film che mi è piaciuto in maniera esagerata. Questo post è scritto da una persona che ha apprezzato talmente tanto il film che, pur riconoscendone qualche difetto, non ne vuole parlare per non scalfire il ricordo ancora nitido della sì bella pellicola. Il film si chiama Juno, diretto da Jason Reitman ed interpretato dalla (ormai non più tanto) sorprendente Ellen Page. La storia è bella, ben scritta, tiene il ritmo, non annoia, coinvolge e nell'ora e mezza giusta di film non ci viene mai da guardare l'orologio. Diverte senza cadere nel patetico, ed ha i suoi momenti di romanticismo e commozione evitando però di impantanarsi nel melenso/melodrammatico. È un film costruito bene e diretto in maniera ottima, recitato ancor meglio. La nostra Juno è schietta, perspicace, spassosa, oltre che ovviamente alle prese con gli scleri della gravidanza. Il fatto che le piacciano gli Stooges non fa che amplificare la nostra simpatia per lei. Perchè gli Stooges ci piacciono. Cazzo se ci piacciono. Dicevamo, Juno. Se n'è detto e scritto veramente tanto, è diventato un caso in America, ed è poi arrivato qua in Italia poco dopo gli Academy, dove era candidato per tre premi (inutile dire che non ne ha vinto nessuno, sconfitto dalla macchina da Oscar dei Coen). È una commedia adolescenziale americana, ma così detto sembra la solita cazzonata. No. Non è la solita cazzonata. Non è American Pie e non è Superbad. Perchè pur essendo una commedia adolescenziale americana, non ricade nella comicità demenziale (che però non è assolutamente un male secondo me) in cui di solito è inquadrato il genere. È un film coraggioso. Reitman ha appreso al meglio la lezione dei predecessori tra i quali potremmo elencare Little Miss Sunshine, tirandone fuori, se vogliamo, i tratti più superficiali, per costruire una storia che è piccola, che è marginale, ma che è vera. È realista nella sua schiettezza. Il risultato è un delizioso agglomerato di slang improbabile (nemmeno troppo sputtanato dal doppiaggio italiano), battute grottesche, momenti di spasso alternati a momenti di riflessione, magari presa non troppo duramente, ma riguardo argomenti sicuramente delicati, mai facili da trattare, come una maternità precoce. Ok, detto così sembra chissà che. Si può stare qua a discuterne, delle tematiche, del mondo in cui sono trattate, eccetera, ma non mi va proprio. Perchè stare qui a spulciare i dettagli di un film che ho visto, e che m'è piaciuto di brutto, mi pare stupido. Se qualcuno imputa delle critiche a Juno, io sono ben disposto ad ascoltarle. Magari anche a condividerle. Ma nonostante tutto ciò, continuerò ad apprezzare questo film. Perchè è bello. Bi e doppia elle o. Un film piùcchemmai per la mia età. Un film che resta. Un film con Michael Cera, l'Evan di Superbad. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.
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